Calendario Romagnolo
credenze e superstizioni

 

GENNAIO

6 - Pasquétta

17 - Sant'Antòni

25 - S. Pèvul di segn

Epifania ed origine della "Pasquella" o "Pasquétta" (6).
L'Epifania, nelle religioni pre-cristiane ed in quella celtica, era la data di chiusura delle "dodici notti" dedicate al passaggio dell'anno nel periodo successivo al solstizio invernale.
Si credeva quindi, in questo periodo "fuori dal tempo", al ritorno dei morti in dimensione terrena.
Era una ricorrenza importante perché si pensava che gli antenati (legati ad una cultura agraria di fertilità) in quella notte portassero augurio di abbondanza.
Ecco perché fin dai tempi della prima dominazione dei Celti in Romagna, la notte della vigilia di questo giorno i giovani si travestivano ed andavano di casa in casa a formulare auguri.
In Romagna si è sempre creduto anche che nella notte dell'Epifania gli animali parlassero e che portasse molta sfortuna a coloro che avessero ascoltato i loro discorsi (specialmente quelli dei buoi nelle stalle delle case di campagna).

I giorni della merla (29-30-31 gen. / 1-2-3 feb.).
Sono chiamati "i giorni della merla" gli ultimi tre giorni di gennaio (ed anche i primi tre di febbraio) considerati i giorni più freddi dell'anno.
Un'antica leggenda romagnola narra che una volta la merla aveva le piume bianche e che durante il mese di gennaio se ne stesse al calduccio nel suo nido senza mai uscire per paura del freddo.
Vedendo però, verso la fine del mese, apparire il sole la merla uscì dal nido credendo che fosse arrivata la primavera.
Gennaio allora, per farle dispetto, mandò negli ultimi tre giorni del mese un freddo tanto intenso che la merla per non morire dovette introdursi nel pertugio di un camino fumante.
La merla si salvò, ma le sue piume da bianche divennero nere per il fumo del camino e di quel colore rimasero per sempre.

FEBBRAIO
2 - La Madòna candilòra

4 - La Madòna de' fugh

11 - La Madòna d'lurd

La Madonna Candelora.
In Romagna il 2 febbraio, giorno dedicato alla Purificazione di Maria Vergine, é più comunemente conosciuto come "e dé dla Candilora" (il giorno della Candelora) perché nelle chiese, dopo la funzione vespertina, si forma una processione con la statua della Madonna seguita dai fedeli con in mano una candela accesa.
Al termine del rito ciò che rimane della candela viene portato a casa e conservato da ciascun partecipante per essere acceso davanti ad un'immagine sacra se qualche familiare, nel corso dell'anno, avrà gravi problemi di salute.
Il 4 febbraio, a Forlì ed a Faenza, si festeggia "la Madona dè fugh" (la Madonna del fuoco); un'immagine della Vergine miracolosamente rimasta indenne in due circostanze in cui il locale in cui si trovava  fu distrutto completamente dal fuoco di un incendio.

I dè dla canucéra (26-27-28).
Gli ultimi tre giorni del mese sono quelli del "lom a mèrz" (giorni in cui si fa "lume" (luce) a marzo con le focarine accese sulle colline) in omaggio alla primavera che sta arrivando, ma sono assai più noti come "i dè dla canucéra".
Secondo la tradizione si credeva che in questi giorni vi fosse un'ora (sconosciuta a  tutti) in cui ogni cosa o riusciva male o andava a non lieto fine a causa di un influsso misterioso: la "canucéra" appunto.
Probabilmente la canucéra é riferita alla malefica parca Atrope, colei che porta sempre con sé la canocchia (la canna con la lana da filare) con la quale tesse l'esistenza degli uomini.
Per questo nelle campagne in tali giorni i contadini se ne stavano senza far nulla per paura che andasse loro a male il raccolto o la vendemmia.
Anche oggi si sente dire, soprattutto dalle persone anziane, riferendosi ad un individuo sempliciotto o balordo "l'é nasù e dè dla canucéra" (è nato il giorno della "canucéra"), é nato nel momento infausto, sbagliato; cioè é nato stupido.

MARZO

18 - La nòta dal fugaràini

25 - La Madòna di garzùn

Lom a mèrz (1-2-3).
Come gli ultimi tre giorni di febbraio anche i primi tre di marzo, secondo la tradizione romagnola, sono noti come i giorni del "lom a mèrz".
Per le campagne e sulle colline (ma anche nei crocicchi dei borghi delle piccole città prima che il traffico dei giorni nostri lo impedissero) verso sera si accendevano fuochi per fare lume alla primavera in arrivo e come manifestazione propiziatoria.
Tradizione pagana praticata prima dalle genti celtiche, che fin dal 600 a.C. hanno abitato la nostra terra e che ringraziavano i loro dei per l'inverno che era passato, poi praticata dai Romani che accendevano fuochi in omaggio a Cerere, dea dei campi e delle messi.
Successivamente il cristianesimo, mantenendo le tradizioni delle genti delle campagne, ha continuato questi riti in onore però della Vergine (come detto per la Candelora), di S. Giuseppe (il 19 marzo) e per la festa della "Madona di garzùn" (il 25 marzo, giorno in cui un tempo si rinnovavano i contratti di lavoro fra padroni terrieri e braccianti, i cosiddetti "garzùn").

I giorni prestati (29-30-31).
"I dè imprestè" sono gli ultimi tre giorni di marzo ed i primi tre di aprile, quasi sempre forieri di burrasca, vento, tempo perturbato e piovigginoso.
La  tradizione popolare romagnola narra (ma le versioni cambiano leggermente da località a località) di una pastorella la quale, pensando di avere salvato i propri capretti dai capricci meteorologici di marzo, vedendo finalmente il sole dopo un duro inverno gli ultimi giorni del mese decise di portare al pascolo il suo piccolo gregge.
Allora marzo, per punire la mancanza di rispetto della pastorella verso di lui, chiese in prestito ad aprile tre giorni da gestire come egli voleva e, avendo questi acconsentito, cominciò a far cadere per tre giorni sui poveri capretti pioggia ed intemperie finché, dopo tante peripezie, i poveri animaletti perirono.

APRILE
1
- E dè di cuchèl

Il mese degli imprevisti.
Dopo il marzo ventoso c'è in aprile l'esplodere della fioritura.
Ma attenzione alla nebbia ed alle intemperie che possono far cadere i fiori degli alberi da frutto.
Dice infatti un proverbio: "la nebia d'avrìl la fa casché i fiùr zantìl" (la nebbia d'aprile fa cadere i fiori gentili).
Era tradizione un tempo (ma in alcune località della Romagna lo è ancora) il primo giorno di aprile "mandare in giro" qualcuno, vale a dire creargli burle e poi ridere alle sue spalle.

I quattro "aprilanti" (1-2-3-4).
Secondo un'antica tradizione romagnola se piove nei primi quattro giorni di aprile continuerà a piovere per quaranta giorni.
Dice il Bagli (1884) che i primi quattro giorni del mese erano chiamati "i quattro brillanti"; la parola "brillanti" è sicuramente la traduzione errata di brilènt da a-brilent (aprile, aprilanti).
Infatti un antico detto definisce "aprilante" il primo giorno di aprile quando è piovoso, cioè quando è "aprilante" in quanto si comporta secondo le caratteristiche tipiche di questo mese.
E i "quattro aprilanti", sempre secondo il Bagli, annunciavano un'annata buona proprio se erano piovosi.
Sempre riguardo alla tradizione meteorologica popolare è uso comune credere che se la Domenica delle Palme è un giorno di pioggia, il giorno di Pasqua sarà un giorno di sole e viceversa.

MAGGIO
1
- Festa del lavoro - La majè

3 - Festa dla Sènta Crosa

8 - Fèsta dla Madunàina

Il mese dei matti e dei somari.
In maggio in Romagna, fin da tempi assai remoti, si credeva che gli asini andassero in amore e che il mese fosse infausto per i matrimoni.
Infatti non se ne celebravano sia per paura che uno dei due coniugi impazzisse e sia perché, come dice il Bagli (1885) "un' s' cunsòma e lét" (non si consuma il letto) in quanto uno dei due sposi era destinato a morire anzitempo.
Anche il tagliarsi i capelli in maggio, secondo una diffusa superstizione, avrebbe portato alla pazzia.
In maggio si allungano le giornate tanto che una volta, oltre al "mese dei matti", era chiamato anche il mese dal "collo lungo".

Il Calendimaggio e la majé.
Fino alla fine del 1800 si festeggiava in Romagna il "maggio lirico profano" o Calendimaggio.
Dicono infatti le cronache di quei tempi che "...nella notte d'ingresso di tale mese, elettrizzandosi la gioventù, accorrono i giovani a cantare il maggio sotto le  finestre delle loro favorite.
Contemporaneamente si sentono torme di giovinette cantare canzoni ponendo sulle finestre ed alle loro porte rami di albero con fiori, come dire di avere piantato Maggio"
(Placucci - 1818).
Ed ancora: "il primo giorno di maggio gli  amanti prendono un ramo di acacia in fiore e vanno la mattina per tempo a piantarlo o presso l'uscio, o vicino ad una finestra dell'amata: alcune volte attaccano a questo ramo doni come spille, fazzoletti o altro.
Poi cantano"
(Bagli - 1885).
Nel Novecento inoltrato non si ha più traccia in Romagna del "maggio lirico profano" sostituito dal "maggio lirico religioso" ad opera della Chiesa che, come del resto per la Pasquella, non riuscendo ad eliminare i riti popolari di origine pre-cristiana, cercò di cristianizzarli.
Probabilmente ciò che non è ancora scomparsa tra le usanze del Calendimaggio popolare è la tradizione di mettere la mattina del primo giorno del mese, a digiuno, nelle finestre delle case frasche o rami di betulle.
Un rito gestuale che è conosciuto come "majé" teso a propiziare la difesa della casa dalle formiche e la difesa dei campi dagli insetti.

GIUGNO

22 - L'è istèda

24 - San Zvàn (Fira a Cisàina)

29 - San Pir e Pèvul

Ricorrenze religiose.
Giugno è il mese dell'estate, della mietitura, della commemorazione di Santi più o meno noti che, però, hanno avuto grande importanza nella tradizione popolare romagnola di un tempo non troppo lontano, specialmente per quello che era inerente la meteorologia ed i lavoro agricoli.
Ricordiamo Santa Margherita (10 giugno) e San Barnaba (11 giugno) nei cui giorni si credeva che il grano cessasse il suo sviluppo e, quindi, presto sarebbe giunto il tempo della mietitura; San Giovanni Battista (24 giugno - patrono della città di Cesena) giorno magico per la raccolta delle erbe medicamentose; San Pietro e San Paolo (29 giugno) giorno propizio per la mietitura i cui addetti, affinché le cose andassero bene anche per gli anni futuri, dovevano mangiare sette volte al giorno sia per far fronte al  grande dispendio di energie, sia per appellarsi ai magici poteri dello scaramantico numero sette.

Streghe e superstizioni la notte di San Giovanni.
In Romagna si credeva (ed in qualche borgo del nostro Appennino si crede ancora) che la notte di San Giovanni Fosse possibile vedere le streghe che si recavano ai loro conciliaboli nei crocicchi delle stradicciole di campagna.
Probabilmente questa credenza ha una matrice etnica celtica come, del resto, tutte le tradizione della nostra terra.
Questa era anche la notte in cui, per perpetuare i millenari riti legati ad arcaici culti celtici, ognuno si muoveva per incontrare compari e comari per raccogliere fiori ed erbe resi magici dalla rugiada di quella notte e, quindi, adatti per essere usati per vari scopi; a bagnarsi nella rugiada stessa e nei corsi d'acqua per ottenere prodigioso giovamento; a cercare tesori che solo in quella notte rivelavano il proprio nascondiglio.

LUGLIO

25 - San Giacomo

Un mese allegro e pericoloso.
Luglio è un mese asciutto che ha visto il raccolto.
E' dunque tempo di stare allegri e di curarsi i malanni causati dalla fatica dei campi.
Da tenere sempre presente che la civiltà romagnola è stata prevalentemente di matrice agricola.
In questo mese, assai poco piovoso, ben presto il fieno tagliato diviene secco ed è opportuno raccoglierlo per tempo.
Però un'estate troppo secca danneggia le colture per cui gli agricoltori bramavano che nella prima decade del mese almeno una volta cadesse la pioggia, anche se portata dal libeccio che essi chiamavano "curàina" - corina - (equivalente a "garbàin" - garbino - nel linguaggio della gente di mare), notoriamente vento proveniente da sud-ovest e quindi molto afoso.
Nell'ultima decade del mese il sole entra nella costellazione del Leone; è il periodo del solleone (e sol agliòn), quello più caldo e pericoloso sia per le punture degli insetti (vespe, calabroni, scorpioni) sia per le febbri malariche.
Si credeva che se il primo giorno dell'ultima decade il sole tramontava tra le nuvole (int e sach - nel sacco), tutti i giorni del mese successivo, cioè agosto, sarebbero stati nuvolosi.

Sant'Apollinare e San Giacomo.
Luglio è anche il mese in cui si festeggia San Giacomo Apostolo (25 luglio - patrono della città di Cesenatico).
Quando nacque la città di Cesenatico, nei primi anni del 1300 con la costruzione di un castello nelle vicinanze del corso d'acqua che poi divenne l'attuale portocanale, fu costruito anche un piccolo Oratorio dedicato a San Giacomo protettore dei viandanti e dei pellegrini poiché nella piccola chiesa spesso essi, in una breve soste, si fermavano a pregare.
Ben presto il piccolo Oratorio diventò una grande chiesa e quindi un luogo di culto molto importante per le sempre più rilevanti soste dei viandanti e dei mercanti che si recavano a Roma percorrendo quella che ancora oggi (come a quei tempi) si chiama via San Pellegrino, nel quartiere di Villalta.
Da sottolineare che Cesenatico, fino alla metà del 1800, era un grande porto mercantile e la città viveva quasi esclusivamente di commercio di bestiame e di ortaggi tanto che nel giorno di San Giacomo, dall'anno 1324 fino alla fine del settecento, si faceva una grande fiera commerciale assai rinomata in tutta Italia.

AGOSTO

10 - San Lurénz

15 - Assunziòn - Benediziòn
de' mèr

Il bagno di San Lorenzo.
Sulla riviera romagnola era tradizione che il 10, giorno di San Lorenzo, ci si doveva immergere sette volte nelle acque del mare a scopo purificatorio e propiziatorio o, comunque, che un bagno in questo giorno "valesse per sette", cioè avesse prodigiosi poteri.
Questo in seguito ad un'antica leggenda che raccontava di un tempo quando la costa romagnola era infestata da una pestilenza mortale ed il giorno di San Lorenzo alcuni disperati pensarono di portare i parenti in fin di vita sulla riva del mare e di immergerli nell'acqua salata più volte e, miracolosamente, i malati guarirono.
Il ravennate L. Miserocchi scrive a tal proposito nel 1927 che per San Lorenzo ancora "ha luogo un'affluenza straordinaria di bagnanti specie dal contado dominati dalla credenza superstiziosa che l'acqua del mare possegga in quel giorno non si sa quale misericordiosa virtù di guarire mali di ogni specie mediante sette bagni che, non pochi semplicioni, scrupolosamente effettuavano una volta".

La benedizione del mare.
Il proverbio sottolinea che tra il 10 ed il 20 di agosto solitamente si verificano alcuni giorni di pioggia e mare burrascoso ("la burasca ad San Luréns e dla Madòna" - la burrasca di San Lorenzo e della Madonna) che preannunciano la fine dei giorni di calura e l'inizio dell'agonia dell'estate.
E' tradizione della città di Cesenatico festeggiare a Ferragosto il giorno dell'Assunzione con la "Benedizione del mare", cioè con l'immagine della Vergine portata in processione lungo il portocanale e poi in mare su di una barca da pesca seguita da altri battelli, da motonavi cariche di fedeli e da barche da diporto.
Altro appuntamento storico di Cesenatico è la festa di Garibaldi nella prima domenica del mese; festa con la quale si commemora l'imbarco dell'eroe dal portocanale leonardesco per prestare aiuto a Venezia assediata, dopo la caduta della Repubblica Romana, il 2 agosto 1849.
Durante la "festa" si disputa fra i quartieri della città il "palio della cuccagna"; gara di coraggio, abilità ed equilibrio già esistente nel 1324.

SETTEMBRE

22 - L'istèda la è finida

27 - San Vinzènz

29 - San Michìl

- Fira di usél a Santarcànzul

Il magico "sette" e la meteorologia.
Un'antica tradizione della nostra terra vuole che alla prima luna di settembre si "inchinino" sette lune, vale a dire che le condizioni metereologiche che caratterizzano questa lunazione domineranno anche le sette successive e, quindi, per sette mesi.
Va notato l'insistere sul "sette", numero magico per eccellenza.
Settembre, come dice chiaramente il nome, era anticamente il settimo mese dell'anno e le lunazioni che sottostanno al suo responso previsionale sono sette; anche nel caso delle settimane, fatte di sette giorni, ci sono molti antichi proverbi che fanno riferimento a questo numero.

Le previsioni del tempo.
Anche il 29 settembre, giorno dedicato a San Michele, a seconda di come era il tempo una volta si traevano previsioni.
Era notissimo il proverbio "se San Michìl u s'bagna a gli èl, e piov fin a Nadèl" (se San Michele si bagna le ali, pioverà fino a Natale) (Ercolani - 1971).
Ma settembre, se il tempo non è malvagio, in Romagna è anche il mese delle scampagnate, delle sagre e delle fiere che pongono in primo piano, oltre a paesaggi pittoreschi per la cromatica delle vegetazioni, prodotti del sottobosco, degustazione di cibi particolari e la frutta di questo periodo come uva, fichi, noci, mele, giuggiole e pere.
Se la cicala canta ancora in settembre vuole dire che l'estate è stata caratterizzata dal bel tempo tanto da consentire una lunga sopravvivenza a questo insetto.

OTTOBRE

4 - San Franzèsch

28 - San Simòn

La vendemmia.
Con ottobre si giunge al periodo comunemente conosciuto come "cuore della vendemmia".
Un tempo, quando la vinazione era quasi un rito nelle aie dei contadini, si cercava di non vendemmiare quando soffiava il libeccio e quando l'uva era bagnata.
Il Placucci (1818) riporta anche la superstizione secondo cui "quando bolle l'uva nel tino, se si fa bucato, vengono macchiati tutti li panni; perciò in tal tempo si astengono dal farlo...".
A questo proposito scrive anche il Carloni (1952): "nel tempo in cui fermentano i mosti è esperienza acquisita nel popolo che le macchie di vino e di frutta in genere, che sporcano le tovaglie o quant'altro sia, non si possono detergere per azione di qualsivoglia lavacro ma vi restano intatte almeno fino al giorno più prossimo delle ultime svinature...".

La ripresa dei lavori nei campi.
I Santi che si commemorano in questi mesi sono legati a  tradizioni propiziatorie specialmente per il mondo agricolo.
Per San Francesco (4 ottobre) e San Petronio si doveva cominciare a raccogliere le nespole e ci si doveva preparare alla semina; per Santa Reparata (8 ottobre) si può cominciare a raccogliere le prime olive; per San Donnino (9 ottobre) non si doveva assolutamente seminare; per San Gaudenzio (14 ottobre) arature e semine dovevano essere terminate.
A proposito di semina, era di cattivo auspicio cominciarla di venerdì o in una giornata di vento.
Per il mondo marinaro invece, assai legato una volta più di oggi ai capricci del tempo, importante era il giorno di San Simone (28 ottobre) che solitamente era foriero di vento, freddo e della prima grande burrasca dell'anno ("par San Simòn u s'centa la vàila e u s'romp e timòn" - per San Simone si strappa la vela e si rompe il timone), burrasca che, secondo la meteorologia popolare dei pescatori, si sarebbe sicuramente ripetuta il giorno dei Santi (1° novembre) ed il giorno di Santa Caterina (25 novembre).

NOVEMBRE

1 - E' dé di sènt

2 - E' dé di murt

11 - San Martàin

- Fira di béch a Santarcànzul

25 - Sénta Cataràina

Ricorrenze e proverbi.
Per le popolazioni celtiche, che un tempo popolavano l'attuale territorio romagnolo (dal 600 a.C. all'epoca imperiale) il 1° novembre era il capodanno, il momento in cui avveniva anche l'ingresso temporaneo nella dimensione terrena dei defunti.
Non a caso in questi giorni (il 2, dopo che la Chiesa cristiana ha dedicato il 1° a tutti i Santi) si commemorano proprio i morti.
Un tempo in questi giorni in Romagna i poveri andavano a chiedere l'elemosina nelle case in nome dei morti stessi.
Nei primi giorni del mese nel mondo dei pescatori, alcuni decenni or sono (quando le barche erano provviste solamente di vela), si aspettava da un giorno all'altro la burasca di Murt e di Sènt" (la burrasca dei Morti e dei Santi), come del resto il 25 si riversava sulla costa romagnola la burrasca di Santa Caterina, che poteva tardare od anticipare di qualche giorno, ma mancare mai.
"Par Santa Cataràina o che nàiva o che bràina o che tira la curàina" (per Santa Caterina nevica o cade in nottata la brina oppure spira forte il libeccio).

San Martino.
Quella di San Martino era la notte di chiusura del periodo dell'antico calendario celtico.
In questa notte in Romagna anticamente i mariti traditi, cioè i "becchi" o "cornuti", venivano chiamati fuori dalle loro case a gran voce da turbe di ragazzi al suono di corni e di strumenti a percussione perché, secondo l'immaginazione popolare, si credeva che essi dovessero andare "alla fiera" in un luogo di raduno notturno dal quale, per tornare alla proprie abitazioni, correvano nella notte braccati e cacciati impigliandosi dappertutto con le "corna".
Il notturno viaggio e ritrovo dei "cornuti" avveniva, secondo la credenza, "in spirito" mentre il loro corpo restava a casa addormentato.
Anche fino ai primi anni dopo l'ultimo conflitto mondiale, per scherzo, la "notte dei becchi" alcuni gruppi di amici si radunavano silenziosamente nel giardino di qualche loro compare per esplodere improvvisamente con suoni e fracasso al grido di "fòra i bech" (fuori i cornuti).
La maggior parte dei presi di mira stava allo scherzo e senza offesa offriva da bere agli amici.
Importante nella nostra regione la fiera di "San Martino" a Santarcangelo di Romagna, più comunemente conosciuta come "Fìra di bèch" (Fiera dei becchi).

DICEMBRE

13 - Sénta Luzìa

21 - L'è invéran

24 - Vizìlia d'Nadèl

31 - Ultum dé dl'àn

Filastrocche e ricorrenze.
"Il quattro Santa Barbara beata, il sei San Nicolò che vien per via, il sette Sant'Ambrogio di Milano, e l'otto Concezion Santa Maria; il dodici convien che digiuniamo, il tredici ne vien Santa Lucia, il ventun San Tomè la Chiesa canta, il venticinque abbiam la Festa Santa" (Carloni - 1946).
In questa filastrocca vengono elencati i Santi e le ricorrenze che si festeggiano dal 4 dicembre a Natale.
Di queste giornate la più popolare è quella del 13 dicembre, Santa Lucia ("e dè piò curt ch'u si sia" oppure "la nota piò longa ch'u si sia"), ma anche le altre erano importanti per il mondo agricolo di tanti anni or sono per i "segni" che presagivano il futuro dal punto di vista meteorologico ed economico.

Il Natale.
In Romagna, come altrove, è tradizione rinnovare un indumento la notte o il giorno di Natale.
Questo atto puramente simbolico ritualizza il rinnovamento del tempo che avviene in questo periodo in cui si celebra il passaggio dell'anno.
Anticamente il 25 dicembre si celebrava la "nascita del sole" e la Chiesa cristiana, utilizzando data e contenuti di culti pagani precedenti, pose in questo giorno la nascita di Cristo, facilitando in tal modo il passaggio dalla vecchia alla nuova religione.
Tutto il ciclo festivo che andava da Natale all'Epifania era dedicato a pratiche propiziatorie e divinatorie (cibi rituali, frasi augurali, regali, banchetti, ecc...).
Nel camino doveva ardere, possibilmente per tutto questo periodo, "e zoch d'Nadèl" (il ceppo di Natale).
Pratica magica questa che anticamente era tesa ad aiutare il rinvigorirsi del sole ed a bruciare il passato.
Il vento nella notte di Natale era ritenuto di cattivo auspicio, specialmente (come afferma il Placucci - 1818) se si trattava di vento proveniente da sud.
Se il giorno di Natale il tempo era soleggiato ed il clima mite la Pasqua sarebbe stata fredda e piovosa.
Il sereno nella notte di Natale annunciava un buon raccolto di grano ed una buona resa dei bachi da seta.
Se Natale invece cadeva in un periodo di luna nuova, e quindi era senza luna, si prospettava mortalità nelle greggi.

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